Approach

Scenic fiction never appealed to me. Before the infinite possibilities of make-believe I always chose the boundaries of reality; even in choosing which books to read or movies to watch. I never felt drawn to fantasies the way I felt attracted to someone’s quick gaze behind a window, or the Sunday afternoon’s nostalgia, or a familiar smell escaping from a random home. Real life always ignited in me an acute sensitivity, leaning towards tenderness. I grew up admiring Southern Italy, the enchanted world of its proletarian seaside. My grandpa was a photographer; his darkroom was in the bathroom and the corridor of his house was filled with black and white photographs depicting mostly artisans at work in the streets or inside obscure workshops. Simple people, intimate moments. I dreamt of that reality I was used to seeing and living, as if I was foreseeing our plastic-covered future, a future time in which brutality and briskness were about to devour our ability to be surprised. During High School, Giuseppe Verga and the realism movement struck a very deep chord inside of me, alongside Italian traditional and folk music. I grew increasingly aware of what was going to be my main focus during later years: the reality of little things, invisible poetic documentation for future nostalgia. My work in movies and cinema didn’t last for long due to this very reason, thus paving the way towards photography and the study of great documentary photographers. My house then became a library. I even found a book dedicated to Verga as a photographer, and so the circle came to a closing. In the beginning I used to photograph everything, though I still couldn’t understand all make-believe things: fashion, artificial light, the classic phrase “look at me and smile”… At the time (and to this day) I wondered why. Why would parents get upset at their children when they refused to pose and smile at the camera? Why would a couple of newlyweds spend their wedding day posing in front of a camera instead of spending the day with their family and friends? Why do they feel compelled to take group shots? Who is forcing them to get so stressed and upset? That is not what I want. I don’t care for that. I care – now more than ever – about real life. A photographic tale that will turn out to be a logical and balanced mix of aesthetic and meaning, instead of just aesthetic, coming from a humble, hidden, discreet and respectful point of view, aiming towards the beauty of things that happen naturally, without any forceful intervention. The kind of photography I look for is simply visual and emotional exploration, nothing more. Exploring a story – a wedding day – not as a frivolous occasion to take some fashionable portraits, but as a happy milestone you wish to immortalize with irony, poetic sensitivity and consideration. In other words, through what I call “the Humane Photography”. “The Humane Photography” is the title of a wonderful book dedicated to Mario Dondero. A simple, yet fundamental phrase I often contemplate, especially during weddings. A bride once told me that some of her friends were astonished by the fact that during the wedding party I spoke with them at length, doing so with kindness and with no intention of promoting myself or my job, but for the simple pleasure of being there. In a gradually less humane world, where a polite gesture – even the simplest one – can disorient, surprise and unbalance people this much, the expression “Humane Photography” underlines the centrality not of the photographer, but of the subject, urging us to pour our heart out completely in our line of work: our humanity, our feelings, but also our generosity, the altruism which lays in the joy of creating memories for other people, capturing those moments of family life, all those unrepeatable things that will never be the same again. According to Henri Cartier-Bresson, to “give meaning” to the world one needs to become involved with whatever he’s framing inside his camera. I am so committed to this, that I know the moment I will cease to feel the joy of photographing a wedding will be the end of my work as a photographer.

La finzione scenica non mi ha mai affascinato. All’idea infinita della magia ho sempre preferito i confini della realtà; nei libri che leggevo, nei film che guardavo. La fantasia non mi ha mai attratto quanto uno sguardo qualunque sfilato veloce dietro a un vetro, la nostalgia di una domenica che stava finendo, un familiare profumo fuggito per caso da una casa vicina. La vita vera era capace di stimolare in me una sensibilità vigile, sempre volta alla tenerezza. Sono cresciuto ammirando il Sud, mare proletario che incanta. Mio nonno fotografava; la sua camera oscura era nascosta nel bagno e il corridoio di casa sua era un lungo rettilineo di fotografie in bianco e nero che ritraevano perlopiù persone al lavoro: in strada o dentro scure botteghe. Persone semplici, momenti minimi. Sognavo la realtà che vedevo e vivevo, come se avvertissi l’imminenza di un futuro di plastica, in cui la fretta avrebbe brutalmente divorato lo stupore. Durante il liceo rimasi folgorato da Verga e dal movimento verista. E dalla musica popolare italiana. Facendomi sempre più consapevole di ciò che un domani mi avrebbe totalmente assorbito: la realtà delle piccole cose, invisibile documento poetico destinato a diventare nostalgia. Il mio lavoro nel mondo del cinema è durato poco anche per questo. Spianando presto la strada alla fotografia e allo studio, famelico, dei grandi fotografi documentaristi. La mia casa è diventata così una specie di biblioteca. Ho perfino trovato un libro dedicato a Verga fotografo: il cerchio si è chiuso. All’inizio fotografavo tutto, sebbene continuassi a non capire la messinscena: la moda, la luce artificiale, la classica imposizione “guardami e sorridi”. Mi chiedevo (allora come oggi): perché? Perché questi genitori sgridano i propri figli se non vogliono farsi una fotografia guardando e sorridendo verso la macchina fotografica? Perché questi sposi passano il loro tempo in posa invece che stare con i loro amici e parenti? Perché si sentono obbligati a fare le foto in gruppo? Chi li costringe a innervosirsi così? Io non voglio questo. A me questo non interessa. A me interessa – ancora e più di allora – la vita vera. Un racconto fotografico che non sia estetizzante, ma il risultato di una logica e sana tensione fra forma e contenuto. Figlio di uno sguardo umile, nascosto, discreto e rispettoso, proteso verso la bellezza di ciò che accade naturalmente, senza artifici. La fotografia che cerco è esplorazione visiva ed emotiva, niente di più. Di una storia – il giorno del matrimonio – vissuta non come l’occasione mondana per farsi fare fotografie alla moda ma come un momento felice della vita che si desidera venga immortalato con poesia, ironia e delicatezza. In altre parole, attraverso quello che io chiamo lo “scatto umano”. “Lo scatto umano” è il titolo di un bellissimo libro dedicato a Mario Dondero. Un’espressione semplice ma fondamentale, alla quale mi capita di pensare spesso soprattutto durante i matrimoni. Una volta una sposa mi raccontò che alcune sue amiche erano rimaste stupite del fatto che durante la festa io avessi parlato con loro, e che lo avessi fatto con gentilezza, non per promuovere il mio lavoro ma per il puro piacere di essere lì. In un mondo che è sempre meno umano, dove un gesto educato – anche il più banale – può disorientare, sorprendere, spostare gli equilibri, questa espressione – lo “scatto umano” – pone al centro dell’attenzione non chi fotografa ma il soggetto fotografato, stimolando chi fotografa a mettere in gioco tutto: la propria umanità, il proprio sentire, ma anche la propria generosità, l’altruismo insito nella gioia di creare ricordi per altre persone, di fissare istanti di vita familiare, di qualcosa che non sarà più così, che non tornerà. Secondo Henri Cartier-Bresson, per “dare un significato” al mondo bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Ne sono talmente convinto che il giorno in cui smetterò di provare gioia fotografando un matrimonio cambierò mestiere.